I FINANZIAMENTI COMUNITARI A SOSTEGNO DELLA MONTAGNA: ESEMPIO PRATICO DI RICONVERSIONE DELLA POLVERIERA MILITARE DI PISSEBUS

di Aldo Cortolezzis

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UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TRIESTE
FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE 

Corso di laurea in Scienze Politiche 

Tesi di Laurea in Geografia Politica ed Economica

 Relatore:Chiar.mo Prof. IGOR JELEN

 

Correlatore:

Chiar.ma Prof. MARIA PAOLA PAGNINI

Laureando:

ALDO CORTOLEZZIS

 

ANNO ACCADEMICO 2000-2001

 

Il presente lavoro ha come obiettivo di portare a conoscenza, tramite lo studio di un caso pratico, i meccanismi dei finanziamenti comunitari alla luce dell’applicazione della nuova normativa di interventi finanziari, intervenuti a seguito del recepimento delle normative comunitarie in tema di agevolazioni.

La materia trattata risulta di attuale interesse, viste le possibilità offerte dagli strumenti europei messi a nostra disposizione negli ultimi anni, per i quali del resto la conoscenza sembra quanto mai frammentaria e superficiale, ed ancora sicuramente non sfruttata al massimo delle sue possibilità.

L’idea di base della trattazione è dunque quella di osservare un caso reale, nel nostro caso un progetto di riconversione di una struttura militare dismessa, in un’ottica che ne permetta un collegamento con le principali misure di sostegno comunitarie previste per l’Italia.

In particolare, in questa sede si vuol far riferimento ad alcune aree esistenti sul territorio nazionale, accomunate da caratteristiche molto simili e denominate “disagiate” o “svantaggiate”, per le quali l’Unione Europea ha previsto forme d’intervento dedicate. Una di queste è rappresentata dalle aree montane, realtà sempre più assoggettate a regole di mercato che vedono nelle loro ostilità ambientali un ostacolo invalicabile allo sviluppo. Il lavoro proposto, quindi, vuole sì rappresentare uno strumento d’analisi tecnica ai fini di valutazione di finanziamento di un progetto, ma anche fornire uno spunto di riflessione sulla situazione odierna della montagna e sulle sue concrete necessità e possibilità di sviluppo.

E’ importante sottolineare come nei vari argomenti sia stato privilegiato un approccio abbastanza schematico, affrontando uno dopo l’altro, tutti i punti di rilevante importanza sia per quanto riguarda la collocazione geografica ed economica del progetto considerato e le problematiche ad esso inerenti, sia di descrizione di tutti gli elementi comunitari fondamentali ed i relativi meccanismi di funzionamento.

Il primo capitolo cerca di comprendere il perché molte iniziative comunitarie, nazionali o regionali, continuino ad insistere sulla necessità di sostegno economico delle zone disagiate come quelle montane. Dopo un’introduzione sul mondo alpino e alcuni brevi cenni storici, segue infatti una panoramica della situazione odierna, sulle problematiche di sviluppo, e sulle potenzialità offerte dalla recente rivalutazione delle sue tradizioni e tipicità ambientali. Il discorso viene quindi approfondito man mano che ci si avvicina all’elemento che più interessa il progetto affrontato: la montagna friulana. Dopo una sua descrizione a carattere sia geografico, che economico e demografico, essenziale per un corretto inserimento del progetto finale, si passano quindi ad affrontare le diverse tipologie ed i relativi funzionamenti dei finanziamenti comunitari.

Seguendo lo stesso procedimento logico del capitolo precedente, nel secondo capitolo si giunge dunque ad una presentazione delle varie forme d’intervento europee, per poi inoltrarsi più approfonditamente nelle diverse caratteristiche di funzionamento dei fondi strutturali, elementi cardine di funzionamento dell’intera struttura comunitaria. In particolar modo si considerano gli obiettivi principali che l’Unione Europea vuole raggiungere tramite l’applicazione dei fondi stessi, facendo esplicito riferimento al secondo obiettivo comunitario, quello più vicino alla nostra realtà regionale e senz’altro più adatto alle esigenze sia sociali che economiche del territorio.

Una volta forniti gli elementi fondamentali alla comprensione del contesto applicativo, si può così giungere al progetto di lavoro vero e proprio. Il terzo capitolo riporta infatti l’ipotesi progettuale di riconversione di una vecchia struttura militare in disuso da destinarsi ad uso civile. La proposta in questa sede presentata, ancora in fase di ultimazione, si riferisce ad un progetto di prossima presentazione al Comune di Tolmezzo, pertanto contribuisce a fornire all’intera trattazione una valenza non solo teorica, cogliendo l’occasione di poter rendere l’idea di come viene affrontata l’applicazione di un progetto nella realtà. Prima di giungere alla descrizione del lavoro vengono fornite le problematiche legate alla situazione odierna delle strutture militari e sulla loro riconversione. Detto ciò, si passa quindi alla localizzazione territoriale e all’inquadramento generale di inserimento del progetto, seguite da una sua descrizione che ne riporta accuratamente le prospettive di sviluppo. Verranno quindi proposte anche formule alternative esistenti o ancora a livello progettuale, con l’intento di fornire diversi approcci di sviluppo alla stessa tematica, esperienze maturate sul territorio italiano dalle quali trarre insegnamento.

Il terzo capitolo risulta infine propedeutico a tutta l’analisi trattata nel capitolo seguente: il quarto ed ultimo capitolo riprende infatti tutti i punti fondamentali del progetto avanzato precedentemente commentandoli nell’ottica della loro finanziabilità rispetto a quelli che sono i principali strumenti di sostegno esistenti, tutti facenti riferimento ai fondi di sostegno comunitari.


 

 

Al giorno d’oggi, non è facile avere un approccio al mondo alpino scevro dalle molteplici immagini stereotipate che la mitologia moderna ha voluto attribuirgli. La letteratura principalmente, insieme ad altri strumenti di espressione, ha contribuito notevolmente a consolidare un’immagine idealizzata del mondo sociale e culturale alpino che poco ha a che fare con la realtà delle cose: esso viene visto come depositario di valori etici, culturali, artistici, artigianali e culinari in un’ottica nostalgica per un mondo compiuto in sé stesso, quasi romantico, lontano soprattutto dai ritmi frenetici e standardizzati della modernità. Inoltre, c’è una contraddizione tra la montagna come è stata e viene quotidianamente vissuta e la visione che ne ha la gente delle pianure o delle grandi città. Date queste premesse risulta quindi facile comprendere i valori che hanno guidato la recente “riscoperta” della montagna e che hanno portato ad un fenomeno di massa quello che prima era un turismo di semplici appassionati. Per di più la montagna sembra del tutto impreparata ad affrontare questi cambiamenti, esce infatti ferita da un lungo periodo di degrado economico e di spopolamento protrattosi per tutto il dopoguerra, fenomeni che la hanno svuotata di molte delle sue ricchezze sia culturali che economiche. Questa “nuova colonizzazione” deve quindi fare i conti con la delicatezza degli equilibri tra uomo e ambiente formatisi nei secoli e che da sempre caratterizzano la montagna, perfettamente integrati nel loro ambiente, valori che hanno permesso di consegnarcela così com’è oggi, quasi immune dal passare del tempo ed ancora inviolata dalle regole del progresso moderno[1].

Sembra dunque che la montagna sia sempre meno un limite altimetrico e sempre più un concetto soggettivo, che dipende il larga misura dal peso che gli elementi naturali hanno nel condizionare la percezione e la conseguente azione dell’uomo. L’originale rapporto uomo-natura si è così modificato, se non addirittura dissolto in seguito allo spopolamento e all’abbandono,  e le problematiche che oggi si affrontano riguardano proprio un suo possibile recupero. La componente economica è ovviamente importante, ma non indispensabile, e comunque va inserita nei valori di civiltà e cultura espressi in un rapporto millenario. Occorre pertanto modificare i modelli culturali che hanno gestito la montagna e che l’ hanno  vista come realtà antitetica alla città o alla pianura, dimenticando che era già una realtà viva di per sé.

La montagna quindi, oggi più che mai, ha bisogno di uno sviluppo equilibrato ed armonizzato con la molteplicità delle aspettative umane e delle valenze naturali, affinché l’inserimento o l’innovazione delle attività produttive torni a beneficio e non a scapito del suo delicato ecosistema, del quale amministratori pubblici e soggetti privati devono sentirsi partecipi e corresponsabili.

 

Se questa appare la situazione attuale, da un punto di vista storico la colonizzazione delle Alpi risulta invece graduale, piuttosto  eterogenea ed estesa, su un arco di oltre due millenni, capillarmente ovunque l’ambiente offrisse una qualunque risorsa utile alle comunità umane: dalle attività agricole e pastorali allo sfruttamento delle risorse minerarie, delle foreste, delle acque.

L’ estensione dell’arco alpino di ben 1200 Km ha sicuramente influenzato i contatti tra i popoli ed i commerci[2], e nonostante i loro insediamenti abbiano origini molto antiche, le Alpi non hanno mai formato un’unità politica, sono sempre state regione di incontro, di fusione e sovrapposizione di popolazioni diverse. Popolazioni alpine antiche come Celti, Veneti, Illiri ed altre più recenti avvicendatisi nella storia ci hanno comunque lasciato un’eredità culturale piuttosto marcata e distinguibile in tre diversi domini: il latino, il germanico, lo slavo. Se culturalmente, politicamente o linguisticamente diversificate, le popolazioni alpine hanno comunque saputo mantenere inalterata nel tempo un’omogeneità organizzativa all’interno delle rispettive società. Tutto il territorio montano infatti, a livello generico, può essere accomunato da fattori caratteristici dovuti a notevoli similitudini climatiche, morfologiche ed ambientali. L’impronta comune più evidente è senz’altro riscontrabile nella struttura sociale del villaggio, al quale si accompagnano, soprattutto dopo la cristianizzazione, il clan familiare, la parrocchia[3] o le comunità di più famiglie.

La convivenza ed i comportamenti dei vari piccoli aggregati umani un tempo erano regolati dalle condizioni ambientali e dal rispetto di regole utili a tutti. I nuclei, prima costituiti da famiglie legate da vincoli parentali crebbero nel tempo, formando piccoli sistemi sociali. Molte delle autorità dominanti allora, come nel caso della Serenissima nel Friuli-Venezia Giulia, garantirono il rispetto degli usi spontanei che si erano consolidati nel tempo come consuetudini ben radicate. Ciò incentivò queste collettività a fissare per iscritto usi civici e comportamenti consuetudinari. Nacquero così gli Statuti[4], uno per ogni Villa[5], rimasti tali fino all’occupazione napoleonica (1810) con regole di ordine generale. Tali vecchi statuti ci permettono quindi di “leggere” la vita locale, giacchè per oltre tre secoli, con frequenti riunioni dei capifamiglia, furono le comunità locali ad autogestirsi completamente.

A questo punto alcune similarità tra le diverse zone montane sono inconfutabili, la storia ce lo conferma, e corrispondono anche all’evidenza di come pochi ambienti naturali esercitino sui suoi abitanti una pressione così forte come quello montano: ad una naturale pressione fisica, come il contrasto delle stagioni con estati corte, inverni lunghi, i pendii e le marce faticose, le molteplici forme di catastrofi (terremoti, valanghe, alluvioni, ecc.) o  l’accesso difficile a risorse sparse ed irregolari, si può associare una qualche pressione di tipo mentale, dovuto all’isolamento di alcune comunità di alta montagna o alla loro distanza con i centri abitati più rilevanti.

 

 

Attraverso una prospettiva storica del mondo alpino ed alle problematiche ad esso da sempre collegate, si può quindi arrivare a delineare una panoramica della situazione della montagna a noi più vicina, quella odierna.

I nuovi rapporti uomo-mondo alpino presentano delle grosse discrepanze rispetto a quelli che hanno caratterizzato la colonizzazione umana delle montagne fin dai primi insediamenti. L’armonia del paesaggio arcaico delle valli alpine fu per secoli il frutto di una secolare razionalità dei rapporti uomo-ambiente naturale[6]; oggi, in un paesaggio rurale largamente minato dallo spopolamento e dall’abbandono delle attività tradizionali, il ritorno dell’uomo acquista la forma di una vera e propria colonizzazione dall’esterno. Essa per di più sembra aver trovato alimento nell’indebolimento delle tradizioni comunitarie, nell’individualismo dei valligiani, nella frammentarietà degli ordinamenti amministrativi, nella coalizione di interessi fra proprietari e operatori cittadini, nell’assenza spesso di validi strumenti legislativi, capaci di programmare gli interventi di ordine fisico, sociale, culturale ed economico. Si delinea oggi così un nuovo ambiente montano, ma nasce nella più completa incuranza di un corretto rapporto fra l’uomo e l’ambiente: non è un paesaggio funzionale, non è un’espressione di una valorizzazione razionale delle risorse, spesso invece è di rapina o prodotto dallo sfruttamento intensivo di spazi, da destinarsi alla produzione di nuova ricchezza diretta non alle aree montane ma all’esterno[7].

Ciò nonostante sarebbe inopportuno un approccio alle problematiche più urgenti della montagna che non tenga in debita considerazione il fenomeno del turismo. La scelta turistica, in molti casi, rappresenta l’ultima chance per il residente di continuare a vivere nella sua terra, soprattutto quando, come spesso accade, non sussistono altre possibilità di occupazione. Le Alpi rappresentano circa un quarto dell’intero fatturato mondiale del settore[8] e si calcola che oltre la metà della popolazione alpina dipenda, in maniera più o meno diretta, dalle attività turistiche. Importante è ricordare che a suo tempo anche la Conferenza Mondiale su Ambiente e Sviluppo di Rio de Janeiro del 1992 aveva affrontato il tema dell’importanza del turismo per la montagna. Nel capitolo 13 dell’Agenda XXI si afferma che:

“…è chiara l’importanza del turismo per il futuro della montagna, ma il suo sviluppo richiede estrema prudenza; integrato ad altre attività esso contribuirà ad assicurare delle economie sostenibili e durature”.

 

 Nel futuro immediato, secondo alcuni esperti, la domanda turistica potrebbe manifestare una mutazione di esigenze: non più la vacanza intesa come divertimento legata al turismo pendolare, ma un turismo identificato come possibilità di fuga dalla congestione delle aree urbane, al di fuori dai tradizionali momenti di ferie, il che consentirebbe una maggior coesistenza dell’integrità ambientale e territoriale con il turista, consentendo una certa continuità operativa ed una redditività pressoché costante della località turistica[9].

Oggi il turismo alpino è ancora un sistema economico integrato con altre attività lavorative in quanto la stagionalità, che caratterizza la vacanza in montagna, non permette a molti residenti una occupazione a tempo pieno in questo settore e li obbliga a ripartire le loro capacità professionali in campi diversi in funzione delle necessità. Quindi pianificare il turismo significa anche programmare l’integrazione di questa attività economica con altre. E’ necessario promuovere in maniera sinergica il turismo con l’agricoltura, l’artigianato, il commercio, la piccola imprenditoria locale. In questo contesto particolare importanza rivestono le nuove funzioni dell’agricoltura nelle zone montane, non più legate alle necessità di auto-approvvigionamento, ma alla capacità di generare redditi nel complesso dell’economia e delle famiglie e nella capacità di produzione di beni tradizionali o ambientali (salute umana, flora e fauna, paesaggio naturale e storico, ecc), che sono sempre più richiesti nella società moderna[10]. 

Concludendo occorre imparare a “far lavorare la natura” ovunque ciò è possibile, ricorrendo alle risorse locali e rivisitando, in chiave moderna, pratiche antiche capaci di intervenire su scale dimensionali molto basse svincolate il più possibile dall’interconnessione fisica con le reti tradizionali.

 

 

L’esame della politica nazionale italiana per la montagna alpina, nei contenuti e nella successione cronologica dei provvedimenti adottati, muove necessariamente da una considerazione preliminare riguardante le motivazioni dell’intervento pubblico. Esso, infatti, scaturisce dall’accertata presenza di condizioni che lo rendono indispensabile: nel caso della montagna si tratta della generale e preoccupata constatazione di uno stato di profonda crisi socio-economica.

Nella storia dell’unità d’Italia si possono identificare due principali filosofie di intervento pubblico nei confronti della montagna[11]: la prima essenzialmente di natura difensiva delle sue risorse (boschive e idrogeologiche) da un eccessivo sfruttamento, la seconda di natura assistenziale della sua popolazione[12], vista la perdita di competitività dell’economia montana nei confronti dell’evoluzione del resto del paese.

Il primo orientamento ha prevalso fino all’immediato secondo dopoguerra, il secondo da allora fino ai giorni nostri. E’ senz’altro questo secondo tipo di approccio, quello appunto di natura assistenziale, che ci riguarda più da vicino vista una sua applicazione tutt’ora in atto, e che muove da una logica assistenziale ben specifica: la spinta verso una maggiore autonomia amministrativa dei territori montani e l’ideale della comunità di montagna[13]. All’interno della Costituzione, infatti, viene stabilito il principio che “la legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane” (art.44) e che “le circoscrizioni territoriali possono essere suddivise in circondari con funzioni esclusivamente amministrative per un ulteriore decentramento” (art.129). Queste rappresentano dunque le premesse per l’istituzione di enti territoriali montani anche se solo nel 1952 gli interventi per la montagna assumeranno carattere di sistematicità e comunque il decentramento amministrativo annunciato dalla Costituzione procederà assai a rilento nei successivi decenni[14]. Bisognerà, infatti, attendere la timida svolta degli anni ’70 per assistere ad una modifica del quadro di riferimento istituzionale: lo Stato, organizzato in forma centralizzata, avvia un processo di decentramento amministrativo con l’attuazione delle Regioni. La nuova legge nazionale sulla montagna (L.n. 1102/1971), che ha istituito le Comunità Montane e che ha recuperato, almeno a livello di principio, la necessità di una visione integrata, ha come referente istituzionale non più lo Stato ma la Regione (che ha il compito di stabilire programmi economici per la montagna, con piani regionali di sviluppo), ma non riesce a modificare la filosofia assistenziale dell’intervento pubblico già delineata precedentemente[15].

A tutte queste politiche legislative a favore della montagna dobbiamo poi aggiungere i risultati degli ultimi decenni di inappropriati interventi sul territorio[16], che hanno portato ad un impoverimento lento ma inesorabile delle economie agricole preindustriali. Queste, caratteristiche delle zone montane appunto, sono rimaste penalizzate dalle recenti grosse perdite di risorse umane e dalla schiacciante competitività delle agricolture modernizzate di collina e pianura. L’aver impostato poi la politica della montagna sullo sviluppo agricolo e per di più non specificamente favorendo i prodotti tipici della montagna, ma al contrario  genericamente sostenendo le stesse produzioni delle altre zone rurali, ha contribuito ad impoverire ulteriormente le suddette economie agricole montane. Si attribuiva, infatti, ad un settore per definizione poco competitivo in montagna l’obiettivo di risollevare l’intera economia montana. In futuro, pertanto, l’agricoltura potrà costituire una parte più o meno importante dell’economia montana, ma difficilmente potrà avere un ruolo trainante[17].

La filosofia generale di orientamento dell’intervento pubblico dovrebbe avere quindi per obiettivo quello di sostenere e promuovere lo scambio e l’integrazione con le economie locali esterne. In più, le politiche di intervento a favore della montagna non dovranno puntare ad un settore privilegiato (agricoltura, turismo, industria), ma al contrario ad un mix produttivo di generi e settori diversi[18], il più possibile specializzati e con mercati ridotti e di qualità. Non dovrebbero essere, dunque, politiche generalizzabili a tutta la montagna, ma specifiche ed adeguate alle modalità di integrazione verso l’esterno. E’ da ricordare in merito la novità della recente “legge quadro sui territori montani” (L.n.97/94) che sta in un ripensamento complessivo dell’approccio all’argomento, basato sul riconoscimento dello stretto legame tra valori culturali ed economici, tra gli aspetti demografici e le occasioni produttive, tra la salvaguardia dell’ambiente e lo sviluppo del territorio (legge che purtroppo rimane tutt’oggi largamente inattuata).

Il tutto porta a pensare che la montagna, con le sue risorse e i suoi problemi, si colloca al centro dell’attenzione e dell’iniziativa dell’operatore pubblico locale, ma appare raramente oggetto di interventi realmente organici da parte dei legislatori nazionali[19]. Faticosamente, e non senza contraddizioni, essa ha saputo invece conquistare l’attenzione delle politiche soprannazionali promosse dalla Comunità Europea, rovesciando, per certi aspetti, l’antico svantaggio “posizionale” in un sostanziale vantaggio che deriva dalla nuova centralità fisica e geopolitica che i massicci montuosi possono assumere nello spazio unico europeo. Non sembra dovuto al caso, dunque, il fatto che le politiche comunitarie abbiano a più riprese, e sovente con organicità maggiore di quella delle autorità nazionali, affrontato i problemi del degrado socioeconomico della montagna, della marginalità e dello svantaggio delle aree montane. Anche analizzando le decisioni della Commissione Europea o degli stessi organi parlamentari, si può notare come progressivamente si sia formato un indirizzo piuttosto preciso attorno ai modi, agli strumenti e alle prassi efficaci per contrastare i fenomeni di impoverimento in atto e per rilanciare lo sviluppo locale: si è così consolidato un corpus di norme e iniziative agevolative che rappresenta una rilevante opportunità, di ordine sia finanziario che politico, per l’operatore pubblico chiamato ad operare nelle singole dimensioni locali e regionali[20].

 

 

1.5.1 Descrizione geografico-ecologica

 

Il Friuli-Venezia Giulia ha un’estensione territoriale di 784.413 ettari, di cui 334.052 (42,59%) facenti parte del territorio montano, 151.622 (19,33%) del territorio collinare e 398.739 ettari (38,08%) del territorio di pianura[21]. La montagna friulana, che culmina con il Monte Coglians (2780m), fa parte del sistema delle Alpi Orientali che possono a loro volta essere distinte in quattro sezioni principali:

le Alpi Carniche che formano la cresta spartiacque Danubio-Adriatico, fra il Passo di Monte Croce Comelico e la Sella di Camporosso. Si tratta di un’area montana conosciuta come la Carnia[22] che corrisponde all’alto bacino del Tagliamento a monte della sua confluenza con la Fella e che si estende per 1200 Kmq in figura di quadrilatero irregolare con lunghezza massima di 54 Km e larghezza di 35. Prevalgono le valli longitudinali che dividono catene parallele e, per la relativa depressione delle catene, mancano i ghiacciai. L’altitudine massima compresa nell’area è di 2780m (Monte Coglians) e la minima è di 195m (lago di Cavazzo).

Le Prealpi Carniche si ergono complesse e precipiti sulla pianura friulana, mancando qui una fascia subalpina.

Le Alpi Giulie che si dispiegano dalla Sella di Caporosso al passo di Vrata ad est di Fiume. La parte veramente alpina della sezione prende il nome di Giulie Settentrionali.

Le Prealpi Giulie che vanno dal Tagliamento all’Isonzo.

 

Le Alpi Friulane, oltre ad una notevole varietà morfologica e geologica, presenta caratteristiche peculiari anche per quanto riguarda la vegetazione. Colpisce molto infatti il grande abbassamento dei limiti altimetrici, rispetto ad altre zone alpine italiane, per cui le abetine e faggete della zona montana già cominciano a 400 m e già a 1500-1700 m fanno posto alla flora della zona subalpina, mentre a 2000 m regna dovunque la flora della zona alpina scoperta. L’abbassamento che è di circa 400 m in confronto ad esempio alla zona cadorina e quella atesina, si ripercuote nella morfologia e nella distribuzione degli animali, degli abitati, delle dimore temporanee, delle colture e spiega il carattere alpestre delle parti anche meno elevate della Carnia. La causa del fenomeno è da attribuirsi alla grande abbondanza di precipitazioni e alla distribuzione notevolmente uniforme di esse nelle varie stagioni. Ricca di oltre 2400 specie e varietà, la flora carnica si presenta pertanto unica nel suo genere alpino, con forme a diffusione estremamente limitata e difficilmente reperibili altrove.

 

1.5.2 Condizioni socio-economiche generali

 

Per comprendere le cause dell’attuale situazione di difficoltà della montagna friulana e italiana, un buon metodo è quello di analizzare sia i modelli di organizzazione territoriale che si sono attuati nel passato, che quelli di oggi, e cercare di capire, nella montagna, come mai alcuni hanno funzionato e altri no e vederne i relativi pregi e difetti[23].

Se portiamo l’analisi nella montagna friulana, o meglio ancora carnica, ci rendiamo conto che in passato un certo tipo di modello di organizzazione territoriale ha avuto una sua efficacia: infatti, in passato, essa certamente è riuscita a produrre una società ed una economia di notevole validità, compatibilmente con la situazione generale dell’economia di allora. Il modello che si era dimostrato valido era un modello di organizzazione territoriale integrato verticale[24], che riusciva ad integrare le funzioni economiche e sociali di diversi ambiti territoriali disposti a diverse quote. Mentre nella pianura prevaleva, ovviamente, un sistema di organizzazione orizzontale, in cui i fattori produttivi erano organizzati e coordinati orizzontalmente nello spazio. La difficoltà delle comunicazioni e la chiusura dell’ambiente complessivo della montagna e del sottoambiente di valle rispetto ad altri ambienti, e la possibilità invece di collegarsi con aree con vocazioni produttive diverse, aveva permesso all’uomo di montagna di riuscire ad ottenere un certo tipo di economia del fondovalle, un altro tipo alle pendici, ed un terzo tipo di economia dalla parte alta della montagna. In parole povere, l’uomo riusciva ad organizzare un’economia di allevamento dei pascoli alti, un’economia forestale dai boschi, e una economia agricolo-allevatrice di autosussistenza del fondovalle. È chiaro che nessuno di questi sistemi, da solo, riusciva a soddisfare le esigenze vitali essenziali della famiglia e della società montana, bisognava controllarle e coordinarle in modo ottimale. Si otteneva così un’economia integrata, estremamente complessa, e solo in questo modo la società montana era riuscita a soddisfare gran parte dei suoi bisogni. Con questo sistema l’economia della montagna è riuscita a funzionare fino alla crisi che si è verificata alla fine del secolo scorso, quando la popolazione è notevolmente aumentata[25]. Una seconda grande crisi è venuta più tardi, dopo la seconda guerra mondiale. È stata una crisi dovuta non tanto all’incremento demografico, quanto piuttosto al fatto che tutto questo sistema integrato verticale ha cominciato a non funzionare più a causa soprattutto della rottura dell’isolamento della montagna, evidenziando la non competitività di questo sistema produttivo rispetto a quello della pianura. Oggi la situazione è ancora in evoluzione, ma risulta comunque facile notare che i nuovi modelli di organizzazione territoriale non sono più gestiti in montagna, ma in pianura. La montagna ha perso così il controllo della propria possibilità di organizzazione economica e deve subire le interferenze e le conseguenze di fatti che vengono messi in atto in pianura. Tutta la teoria economica degli anni sessanta in Italia e nella nostra regione, con i primi piani economici, è stata basata sul modello della crescita polarizzata, volta a favorire non tanto l’insieme del territorio, ma solo alcuni punti specifici. Oltretutto, tali teorie pianocentriche hanno puntato sullo sviluppo settoriale e sulle grosse economie di scala, elementi comprensibilmente sfavorevoli alle aree più disagiate e periferiche[26]. Nell’analisi delle condizioni socio-economiche che seguono, si è voluto prendere come periodo di riferimento iniziale gli anni ‘70, a partire da allora  infatti un’intensa fase di crescita economica ha trasformato in positivo il volto del Friuli-Venezia Giulia, lasciando però inalterata la situazione della fascia territoriale montana. Forse è proprio in questo momento che lo sviluppo regionale accentua la sua dualità evolutiva, già peraltro manifestata nei periodi precedenti, aumentando il distacco tra la crescita delle aree montane con il resto del territorio regionale. Questo itinerario dello sviluppo, costellato di piccole e micro attività industriali, molto consistente nella fascia centrale di pianura e di collina, si è decisamente arrestato all’ingresso della zona montana. Per quanto riguarda il tessuto industriale, infatti, si può notare una presenza di medie e grosse aziende dei settori siderurgico e del legno nella zona pedemontana (soprattutto nelle zone ricostruite dopo il terremoto del 1976). Più a nord, allo sbocco delle valli più interne dell’area della montagna, c’è solo l’area industriale di Tolmezzo[27] (Medio Tagliamento) che è ben infrastrutturata, con una presenza di imprese manifatturiere operanti nel settore cartario. Nelle vallate più interne ci sono disseminate delle piccole aziende del settore legno-arredamento e, più recentemente, qualche nuovo impianto appartenente al settore dell’occhialeria bellunese spostatosi in alcune zone della Carnia in cerca di nuova manodopera. Nonostante la presenza di alcune attività di notevole importanza, però, la situazione odierna della montagna friulana, definitivamente chiusa la fase di ricostruzione del terremoto e della costruzione del tratto autostradale Udine-Tarvisio, rimane comunque preoccupante. Molto alti sono infatti i tassi di disoccupazione registrati nell’area centrale della Carnia, lungo i confini tra le valli e nell’angolo nord-est, o nel Canal del Ferro[28].

La crescita economico-produttiva regionale è stata quindi eterogenea e il Friuli oggi non sembra essere caratterizzato da uno sviluppo equilibrato dal punto di vista socio-economico: l’area montana ha accelerato il degrado verso cui era già avviata da tempo. Scrive l’inviato de Il Corriere della Sera Gian Antonio Stella[29]:

La Carnia di Manuela Di Centa…, ai margini del ricco Nordest, di oro vede solo quello delle medaglie della campionessa di sci nordico, ha una disoccupazione appena inferiore alla media nazionale (intorno al 10%), un reddito pro-capite più basso di 5 milioni di quello regionale, una situazione di tale difficoltà che da Tolmezzo nel 1995 ancora partivano tutte le mattine all’alba tre pullman per portare un folto gruppo di operai a lavorare nelle occhialerie del Cadore.”

 

Anche la presenza in posizione eccentrica di due centri urbani, Udine e Pordenone, che sono anche i poli di concentrazione della domanda di lavoro, ha favorito lo svuotamento del sistema montano a più valli della Carnia. La distanza dei due centri con le aree montane non ha infatti permesso la fissazione della popolazione nel territorio montano attraverso la possibilità di accedere a servizi compatibili con la pendolarità.

Ad ogni modo, la situazione di ritardo di sviluppo dell’area montana è stata riconosciuta dalla Regione attraverso la Legge Regionale 35/87 con cui si è posto l’obiettivo di un riequilibrio con il restante territorio regionale e, più recentemente, anche da parte dell’Unione Europea attraverso l’inclusione dell’area nell’Obiettivo 5b, prima,  poi nell’Obiettivo 2, oltre che in altri programmi comunitari più specifici. Altro provvedimento importante a livello legislativo per la montagna del Friuli-Venezia Giulia è stata l’attuazione della Legge 1102/71 “Nuove norme per lo sviluppo della montagna” con Legge 29/73 per la quale sono state istituite 10 Comunità Montane[30]. Volendo poi approfondire ulteriormente l’analisi e prendendo in considerazione i parametri demografici, socio-economici, l’altitudine e la densità della popolazione per Kmq, si può notare come esista una marcata differenziazione territoriale tra tre principali fasce di degrado[31]:

 

1.      L’Area Alpina che comprende 37 comuni, per un totale di 37.000 abitanti. Questa è l’area più penalizzata dal punto di vista logistico, climatico, etc., necessita di maggiore sostegno per un potenziale sviluppo rappresentando quindi l’area in cui dovrebbero confluire maggiormente interventi di riequilibrio;

 

2.      LArea Prealpina che comprende 28 comuni con un totale di 43.000 abitanti;

 

3.      Il Fondovalle che comprende 19 comuni che presentano senz’altro parametri più positivi sotto tutti i punti di vista.

 

Anche per quanto riguarda i servizi e le infrastrutture di comunicazione, “vitali” risorse di collegamento per le aree montane più distanti e disagiate, la situazione non è delle più rosee: per tutta la zona montana infatti le reti viarie sono molto scadenti, vista la mancanza di piani di adeguamento e manutenzione, con la conseguenza di “tagliare fuori” intere zone della Carnia. Molti progetti e promesse di interventi negli ultimi anni sono stati fatti ma purtroppo ancora scarsa è l’evidenza di una loro applicazione pratica.

Ad una descrizione della situazione attuale certamente preoccupante per un prossimo futuro, ancora una volta il turismo sembra per molti poter rappresentare l’ultima vera chance di riscatto della montagna friulana. Oggi il turismo montano costituisce solo il 12% del turismo regionale, mentre in Italia copre il 22% del totale. In realtà il verdetto sostenuto da molti esperti è di facile interpretazione: l’ambito storico-naturalistico della montagna friulana è ricchissimo in questo senso e può fornire la base per un indotto rilevante, dalla ripresa dell’artigianato locale, all’agricoltura di qualità, ecc., ed inoltre offre ad un potenziale turista un patrimonio di indubbio valore naturalistico.

 

1.5.3 L’andamento demografico

 

Le variazioni demografiche possono essere considerate come un attendibile indicatore per misurare le più complesse trasformazioni economiche e sociali, i rapporti tra società e ambiente, in altre parole, il livello di sviluppo. Crescita e calo della popolazione possono quindi essere visti come paradigma sia dello sviluppo che del degrado economico; ad un’analisi della situazione economica della montagna friulana non poteva quindi non accompagnarsi una descrizione dell’andamento demografico regionale.  L’analisi ottimale che permetterebbe di cogliere appieno le variazioni demografiche intervenute sul piano territoriale e temporale, sarebbe senza dubbio relativa ad un periodo di tempo molto esteso, comprendendo in circa 120 anni analizzati tutta la fenomenologia demografica friulana dall’unità d’Italia ad oggi. In questa sede si è preferito limitare solo agli ultimi quarant’anni lo studio dell’andamento demografico friulano, in quanto, come alcuni studiosi ricordano, risulta quello che più marcatamente ha registrato gravi conseguenze sulla popolazione residente nell’area montana; il rischio è comunque quello arrivare a considerazioni sociali generalizzate basandosi unicamente sull’analisi di una parte del fenomeno demografico in sé molto più complesso[32].

 La popolazione residente in Friuli-Venezia Giulia, al censimento del 1991, era di 1.197.666 unità, di cui 571.465 maschi (47,7%) e 626.201 femmine (52,3%) (Tabella1; Figura1). La ripartizione provinciale vede Udine con 522.455 abitanti (43,6%), Pordenone con 275.267 (23%), Gorizia con 138.119 (11,5%) ed infine Trieste con 261.825 residenti (21,9%) (Tabella2; Figura2).

 

Tabella 1 Ripartizione per sesso degli abitanti del FVG al censimento 1991  La situazione della montagna friulana ad un decennio dal “Progetto montagna” nel generale contesto alpino – Regione autonoma FVG

 

Sesso

Abitanti

%

 

Maschi

571.465

47,70%

 

Femmine

626.201

52,30%

 

Totale

1.197.666

100,00%

  

Figura 1 Ripartizione per sesso degli abitanti del FVG al censimento 1991                                                                                       La situazione della montagna friulana ad un decennio dal “Progetto montagna” nel generale contesto alpino – Regione autonoma FVG

  

Tabella 2 Ripartizione abitanti FVG per province al censimento 1991 La situazione della montagna friulana ad un decennio dal “Progetto montagna” nel generale contesto alpino – Regione autonoma FVG

 

Province

Abitanti

%

Udine

522.455

43,60%

Pordenone

275.267

23,00%

Gorizia

138.119

11,50%

Trieste

261.825

21,90%

Totale

1.197.666

100,00%

 


Figura 2 Ripartizione abitanti FVG per province al censimento 1991              La situazione della montagna friulana ad un decennio dal “Progetto montagna” nel generale contesto alpino – Regione autonoma FVG

 

 

Dal versante temporale, a partire dal censimento del 1951, la popolazione regionale passa da 1.226.121 residenti a 1.204.298 – censimento del 1961 – a 1.213.532 – censimento del 1971 – a 1.233.984 del 1981 ed infine a 1.197.666 del 1991. Come si può notare si tratta di un trend in costante diminuzione ad esclusione del censimento del 1981 che registra una crescita (Tabella3; Figura3).

La provincia che in misura maggiore concorre al calo della popolazione è certamente Trieste. Anche la provincia di Udine registra, nel quarantennio esaminato, un notevole calo della popolazione, ma in questo caso tale mutazione demografica è da attribuire completamente al territorio montano[33].

 

Provincia

Popolazione residente dal 1951 al 1991

1951

1961

1971

1981

1991

Pordenone

244.837

235.550

253.906

275.888

275.267

Udine

550.722

532.358

516.910

529.729

522.455

Gorizia

133.550

137.745

142.412

144.726

138.119

Trieste

297.003

298.645

300.304

283.641

261.825

Totale Regione

1.226.112

1.204.298

1.213.532

1.233.984

1.197.666

Tabella 3 Andamento demografico della popolazione del FVG per province dal 1951 al 1991   La situazione della montagna friulana ad un decennio dal “Progetto montagna” nel generale contesto alpino – Regione autonoma FVG

 

 

 

Figura 3 Andamento demografico della popolazione del FVG per province dal 1951 al 1991  La situazione della montagna friulana ad un decennio dal “Progetto montagna” nel generale contesto alpino – Regione autonoma FVG

 

 

Si può facilmente notare dalla Figura 4, in cui il territorio è stato suddiviso in 7 zone di andamento demografico diverso, come le aree pianeggianti abbiano riscontrato un aumento dei propri abitanti, o al massimo presentino una variazione nulla (0%) nel periodo considerato.

 

Figura 4 Distribuzione geografica delle variazioni percentuali della popolazione residente nei comuni del Friuli-Venezia Giulia tra il 1951 ed il 1991 -     La situazione della montagna friulana ad un decennio dal “Progetto montagna” nel generale contesto alpino – Regione autonoma FVG

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le aree a forte e fortissimo calo invece, si presentano in corrispondenza delle zone più o meno montuose della regione, come la Carnia, la Val D’Arzino (spicca su tutte con un calo del 50% circa) o la Val Canale-Canal del Ferro. Analizzando in generale la popolazione nelle 10 Comunità Montane regionali appare altrettanto evidente il calo demografico: si passa infatti da 641.684 unità del 1951 a 527.681 del 1991 con un calo di 114.003 soggetti, che in termini percentuali risulta del –17,8%[34]. Dal punto di vista territoriale il degrado dunque si registra maggiormente nei comuni di alta montagna, quelli più isolati che si collocano sulla linea di massima altitudine dimostrandosi invece più debole nelle realtà di media montagna, di fondovalle o di pianura. Man mano che si scende di altitudine il degrado attenua la propria azione, segno evidente di presenza di fenomeni di segno inverso.

Volendo fornire un ulteriore approfondimento sull’andamento demografico regionale come conferma alle analisi precedenti, risulta utile anche un altro tipo di rappresentazione del territorio, come si può notare dalla Figura 5, fondata ipotizzando una sua ripartizione in tre diverse zone:

Zona di pianura, comprensiva di comuni localizzati in aree di fondovalle;

Zona collinare, comprensiva di comuni che si collocano in posizione intermedia tra fondovalle e montagna;

Zona montana, comprensiva di quei comuni che presentano caratteristiche decisamente alpine e più duramene colpiti dal processo di degrado socio-economico.

 


Figura 5 Ripartizione per zone geografiche delle provincie di Ud e Pn.                                                                                                    La situazione della montagna friulana ad un decennio dal “Progetto montagna” nel generale contesto alpino – Regione autonoma FVG

 

 

Analizzando infatti i dati di calo demografico ripartiti secondo questo criterio, il terzo tipo di zona, quella montana, supera di gran lunga le altre due con un calo del 54,6% di popolazione residente dal 1951 al 1991, contro un calo del 3,4% della prima, ed un 33,7% della seconda. L’area montana come già analizzato in precedenza risulta la più vulnerabile anche da un punto di vista produttivo, sia agricolo che artigianale, e presenta costi residenziali elevati a motivo della distanza che la separa dalle altre due aree. Tutto ciò si riflette sui tempi e sui costi di trasporto e di percorrenza, su un sistema infrastrutturale di minor significato e su un’insufficiente dotazione di servizi alla popolazione. La rottura del modello produttivo, in particolare di quello agricolo, non poteva che riflettersi pesantemente sulla struttura della popolazione residente e sulle sue caratteristiche. È questa la ragione principale del processo di degrado della popolazione, dell’abbandono di intere frazioni e località che hanno finito nel corso del tempo con il perdere la loro originaria vocazione produttiva e residenziale[35].

La situazione dunque profondamente differenziata offre un chiaro punto di vista circa i diversi modelli di vita e di lavoro, la distanza dai centri di fondovalle e pianura, le diverse condizioni climatiche ed infine il diverso rischio connesso all’appartenenza alle diverse zone. Pare che la situazione di disagio ambientale così evidenziata muova da dinamiche complesse e sicuramente sviluppatesi non solo recentemente. La montagna presenta infatti tutta una serie di differenze e varietà ambientali, sociali ed economiche rispetto a quelle regionali che probabilmente sono state ignorate, o affrontate non in maniera appropriata dall’operatore pubblico nel corso del quarantennio analizzato. L’andamento demografico negativo è solo uno dei tanti problemi che la montagna deve affrontare, se inserito in un’ottica più ampia, infatti, risulta complementare a quello che è un degrado sia sociale che economico; sembra quindi necessitare di un intervento ad hoc, studiato sulle sue caratteristiche ambientali e sociali, capace di fornire a queste zone regionali disagiate una garanzia di sviluppo futuro autosostenuto.

 


[1] Col progresso dei mezzi di comunicazione ed il miglioramento della rete viaria l’accessibilità della montagna è aumentata; la diffusione del turismo di massa ha indotto una rincorsa ai modelli urbani nello stile di vita, nelle attività, nell’edilizia, nei comportamenti ed anche nel modo di pensare. La conseguente banalizzazione delle attitudini e delle usanze, paradossalmente, è risultata più evidente in quelle località in cui gli svantaggi naturali per gli autoctoni (morfologia, altitudine, clima) sono diventati potenzialità turistiche per gli esterni. S.Salgaro, Il peso della naturalità nella percezione e nello sviluppo della montagna, in R.Bernardi,S.Salgaro,C.Smiraglia (a cura di), L’evoluzione della montagna italiana fra tradizione e modernità; Geografia  e organizzazione dello sviluppo territoriale-Studi regionali e monografici n.12, Patron editore, Bologna 1994, pag.126

[2] Le Alpi come ostacolo naturale ai rapporti tra i paesi degli opposti versanti sono state travalicate in più punti sin dai tempi più antichi dove solchi vallivi più profondamente penetrano nella montagna e terminano in corrispondenza dei valichi meno elevati. Gli eserciti si mossero nelle opposte direzioni agevolmente, a cominciare dal famoso passaggio di Annibale e i suoi elefanti (212 a.C.), a quelli dei Romani e successivamente degli invasori barbari e degli imperatori franco-germanici. Le numerose città fondate nella zona perialpina, allo sbocco delle valli e fin nelle loro testate, furono servite da strade e da comunicazioni frequenti, che avvolsero il sistema montuoso in una rete di vie di traffico a maglie abbastanza fitte percorse da carri e animali, da merci e da uomini. Tale rete si infittirà negli ultimi secoli, con la crescita della popolazione e con l’intensificarsi delle relazioni commerciali e culturali. D. Ruocco, Le Alpi, barriera naturale, individualità umana, frontiera politica, Geografia e organizzazione dello sviluppo territoriale n.22, Patron editore, Bologna 1990. Pag.12

[3] Le Plebs o Pievi sono il frutto della cristianizzazione che si sovrappose mirabilmente alla organizzazione locale delle tribù alpine consentendo l’autonomia dei singoli gruppi umani, senza venire meno all’universalità di un messaggio religioso e di un rituale liturgico largamente ispirati ai cicli naturali dell’agricoltura, dell’allevamento e dell’organizzazione patriarcale della società alpina. Rapporto di ricerca sulle aree alpine, Reg. Aut. FVG Vol.1, pag.9

[4] Gli statuti delle varie ville sono molto simili tra loro perché generati dallo stesso ambiente e da uguali sistemi di vita: le regole comprendevano tutti i principali momenti di vita del villaggio, come la pianificazione del taglio del legname, lo sfalcio dei campi, il materiale di costruzione delle case e gli obblighi di eseguire gratuitamente vari lavori di pubblica utilità. A. Ciceri,Vita di montagna, dagli statuti della Val Pesarina, in “In Alto” Serie IV Vol. XXIII anno 1990, Grafiche Fulvio S.r.l. Udine pag.40

[5] Termine usato comunemente nel Medio Evo con cui venivano indicati i villaggi e i vari centri abitati.C.Puppini, Tolmezzo storia e cronache di una città murata e della Cargna ,Ed. CO.EL. Udine 1996, pag.23

[6] In particolare il ruolo del contadino di montagna viene definito come insostituibile: egli è produttore, cura la stabilità dei pendii, è portatore di cultura, è amministratore del suolo: per tutte queste sue qualità esso no è sostituibile da alcuna funzione pubblica. Igor Jelen, Paesaggio culturale ed ambiente alpino: note dal dibattito in corso presso l’Alpeverein austriaco, in “In Alto” Serie IV Vol. XXIV/2 anno 1992, Grafiche Fulvio S.r.l. Udine pag.26

[7] Gli enti locali, regioni e comuni, non si sono dovuti preoccupare soltanto della organizzazione delle vie di comunicazione, ma con il repentino aumento della domanda turistica hanno dovuto affrontare in breve volgere di tempo la programmazione e la realizzazione di tutte le infrastrutture e dei servizi delle aree urbane e dei centri minori, che si erano allargati confusamente sotto la spinta di una domanda pressante. Tuttavia la straordinaria evoluzione, specie di alcune aree, ha limitato la possibilità finanziaria locale di intervento, necessitando capitali ingenti che non potevano essere offerti da piccole società locali. Comincia in questo modo a penetrare e a diffondersi nelle valli alpine il capitale proveniente dai centri industriali, delle grandi società. Pertanto, sia lo smantellamento della proprietà fondiaria venduta a parcelle come area fabbricabile ad acquirenti provenienti da aree esterne, sia la necessaria fornitura di capitali cittadini per la costruzione di grossi complessi residenziali, ha creato nei vari ambienti locali maggioranze costituite da estranei all’ambiente alpino e dotate di potere decisionale. Questi gruppi quasi mai hanno tenuto nel debito conto le caratteristiche territoriali e gli aspetti culturali delle aree nelle quali agivano, ma con le loro iniziative hanno prevalentemente teso ad obiettivi speculativi estranei alle popolazioni locali. E. Bevilacqua, Il turismo sulle Alpi italiane, in D. Ruocco (a cura di), Le Alpi, barriera naturale, individualità umana, frontiera politica, Geografia e organizzazione dello sviluppo territoriale n.22, Patron editore Bologna 1990.pag.138

[8] Rapporto di ricerca sulle aree alpine ,op. cit.; pag.27

[9] Recenti rilevazioni mettono in evidenza che il turista medio ha acquisito una maggior consapevolezza ecologica e, quindi, desidera un maggior contatto con la natura, spesso come reazione alla alienazione urbana, constatato anche il limitato spazio verde disponibile per abitante in città. Sempre crescente è, in effetti, il numero dei turisti che scelgono l’ambiente agricolo per le loro vacanze. Seppure in ritardo rispetto agli altri paesi europei (la legge quadro 730/1985 dal titolo “Disciplina dell’agriturismo”, delega alle regioni i programmi di formazione e regolamentazione dei servizi offerti, e stabilisce la complementarietà dell’attività di ricezione e di ospitalità rispetto alle attività agricole che devono rimanere principali) si sta, quindi, diffondendo anche in Italia l’agriturismo (Bellencin Meneghel G.(a cura di), Agriturismo in Italia, Bologna, Patron, 1991). Agriturismo significa riscoperta del patrimonio naturalistico, paesaggistico e culturale delle zone cosiddette “disagiate” ed ha sicuramente un futuro nelle aree montane. In Alto Adige, dove l’agriturismo è ormai un fenomeno consolidato, rappresenta circa un settimo della ricezione turistica e da tempo produce sinergie intersettoriali turismo-agricoltura-commercio (Robiglio Rizzo C., L’agriturismo in Alto-Adige, in Bellencin Meneghel G.(a cura di), Agriturismo in Italia, Bologna, Patron, 1991, pag.73-110). In altre regioni, come il Friuli Venezia Giulia, invece, il fenomeno dell’agriturismo non è ancora decollato:la mancanza di una consolidata mentalità imprenditoriale in tal senso potrebbe esserne la causa primaria, di per sé comportante, oltre che un certo caos organizzativo, numerose carenze e ritardi legislativi.

[10] Le evidenti limitazioni climatico-orografiche costituiscono degli handicaps naturali che limitano le capacità concorrenziali delle produzioni agricole: l’altitudine e la rigidità del clima che ne consegue, la durata abbreviata della stagione vegetativa, la pendenza dei terreni, la lontananza geografica dai principali mercati costituiscono elementi di minor competitività in quanto incidono sui costi della produzione e sui prezzi dei prodotti. Di conseguenza l’elemento distintivo dell’agricoltura di montagna può risiedere solo nella specificità delle sue produzioni, delle sue ricchezze ambientali; l’impossibilità di realizzare produzioni di massa deve portare a privilegiare prodotti di elevata qualità. Rapporto di ricerca sulle aree alpine, op. cit; pag.51

[11] E. Saraceno (a cura di), Il problema della montagna, Consiglio nazionale delle ricerche–Struttura ed evoluzione dell’economia italiana, Franco Angeli, Milano, 1993 pag.319

[12] Fu  soltanto con il graduale impoverimento e svuotamento negli anni ’50 e ’60 che il problema della montagna diventò una questione con pari dignità e gravità delle altre. Pur mancando una specificità nell’intervento pubblico fino alla fine degli anni ’60, si estese alle zone di montagna tutto quel sistema di provvidenze assistenziali che lo Stato mise in atto nelle zone “da riequilibrare” (il Mezzogiorno e le zone rurali) per ammorbidire l’impatto dello sviluppo industriale avviato ed ottenere in consenso sociale. Si trattava del sostegno dell’attività agricola di sussistenza, di promozione dell’emigrazione, di appoggio all’artigianato, di creazione di posti di lavoro. Il problema da risolvere fu sin dal principio posto in termini sociali e soltanto marginalmente ed in un secondo momento anche come un problema di sviluppo economico. Si privilegiarono così forme di assistenza alla popolazione e di sostegno alle attività economiche preesistenti. Non si tentò di promuovere la trasformazione e la modernizzazione di queste aree ma bensì la sopravvivenza delle economie locali. Sta di fatto che contribuirono a riprodurre ed a sostenere le situazioni preindustriali esistenti. Per la montagna voleva dire rimanere agganciati ad un’economia basata sull’agricoltura in condizioni di svantaggio rispetto alle zone rurali di collina o di pianura. E. Saraceno, op. cit.; pag.325

[13] A tale proposito, comincia ad essere condivisa da molti osservatori l’opinione che i maggiori costi della vita in montagna, per garantire le pari opportunità, devono essere considerati a carico dell’intera collettività in quanto costi di salvaguardia dell’area,salvaguardia ecologica e salvaguardia sociale. Rapporto di ricerca sulle aree alpine,op. cit.; pag.58-59

[14] La legislazione per la montagna degli anni ’50 dà una interpretazione molto riduttiva dei provvedimenti a favore delle zone montane La l.n.991/1952 (cd. Legge Fanfani), con una marcata impronta assistenziale, come modificata dalla l.n.657/1957, definisce il criterio ancora oggi valido per l’appartenenza alla montagna:”i Comuni censuari situati per almeno l’80% della loro superficie al di sopra dei 600 metri di altitudine sul livello del mare e quelli nei quali il dislivello tra la quota altimetrica inferiore e la superiore del territorio comunale non è minore di 600 metri” (la stessa definizione viene adottata dalla legge 1102/1971, istitutiva delle Comunità Montane). Di fatto però, la normativa permette l’inclusione di aree ben al di sotto dei limiti altitudinali della montagna geografica e che spesso comprendono anche le colline pedemontane. Abrami A., Comunità Montane e sviluppo economico, Milano, Giuffrè, 1975

[15] Le Comunità Montane sono state istituite con la Legge 1102 del 3 dicembre 1971 (la prima legge che costituisce espressione di una vera e propria “politica per la montagna”, ma che è rimasta in gran parte inapplicata), che ne definisce anche i compiti e le funzioni. Le Comunità Montane sono tenute a predisporre e realizzare piani socio-economici a carattere globale, e gli interventi dei poteri pubblici devono tenere conto delle linee direttive di questi piani. Tuttavia sembra che l’applicazione ed il coordinamento dei piani di sviluppo non abbiano potuto essere assicurati né a livello regionale, né nazionale e che le politiche settoriali si siano di fatto trovate in contrasto con le esigenze locali. Non sembra nemmeno che le Comunità siano riuscite veramente a prendere in mano il proprio avvenire. Peraltro già nel definire ruolo e funzioni della Provincia, la legge 142/1990 ha di fatto depotenziato ruolo e funzioni della Comunità Montana come organismo in generale, per finire, le problematiche legate alle CM, hanno portato il FVG ad emanare una legge (LR 86/2000) che ne ha decretato la fine, a niente è servita la delibera legislativa del 20/7/1999 n.86-ter presentata alla Corte Costituzionale, che con sentenza del 4/7/2001 n.229 ha dato alle Regioni a statuto speciale la facoltà di istituire o sopprimere le Comunità Montane. Esse verranno pertanto commissariate fino al giugno 2002, ma già dal 28 febbraio 2002 la Regione dovrà decidere se e come sostituirle.  Rapporto di ricerca sulle aree alpine,op. cit.; pag.58-59

[16] Lo Stato italiano ha investito per tutta la montagna italiana, per molti decenni, dall’unità fino a circa il 1960, non più del 5% delle poste di bilancio generale del Paese. Ciò significa che lo Stato ha investito ed utilizzato per la montagna, cioè per il 52,40% del territorio nazionale, per il 50% degli 8.070 comuni italiani, dove risiedono oltre 8 milioni di italiani, il 5% delle risorse a disposizione del Paese. M. Lizzero, I problemi della montagna dalla resistenza alla Legge del 1971, n.1102, in AAVV,Montagna problema nazionale, quarant’anni di storia: dalla liberazione ad oggi, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Atti del convegno tenutosi a Tolmezzo il 6-7-8 novembre 1986, pag.22.

[17] Nonostante le difficoltà legate all’agricoltura in montagna, nei progetti a livello regionale si continua a scommettere ancora molto su un suo ipotetico sviluppo, non a caso alcuni degli assi principali pongono come obiettivo primario quello dello sviluppo rurale-agricolo nelle zone montane: il prodotto agricolo in questo caso viene rivisto, diversamente dal passato, come svincolato dalle regole di produzione di massa tipiche dei mercati di fondovalle, e più legato ad una produzione di qualità e di tipicità del patrimonio tradizionale montano. Nell’approccio dell’economia agraria le zone interne, di alta collina e montagna, sono svantaggiate per la minore disponibilità e produttività relativa delle risorse impiegate nel processo produttivo (terra e capitale), che influisce sugli ordinamenti colturali e, di conseguenza, sulla redditività del settore agricolo. Lo svantaggio trova origine in fenomeni di varia natura: di carattere agronomico, geografico, strutturale, istituzionale. Se ne può dedurre che le differenze economiche e sociali tra le zone interne e tra queste e le altre aree affondano le loro radici in fattori sia immateriali ed immutabili sia di carattere economico-strutturale che traggono origine dall’organizzazione sociale locale. T. Monaco, Fattori esogeni ed endogeni nell’integrazione delle zone interne, in F. Boscacci-L. Senn (a cura di), Montagna: area di integrazione, modelli di sviluppo, risorse e opportunità, Associazione Italiana di Scienze Regionali, vol.n.26, Franco Angeli, Milano 1997, pag.197.

[18] E. Saraceno, op. cit.; pag.342

[19] Finora questa capacità  è mancata anche per responsabilità degli enti locali: che hanno preferito coltivare piccoli orticelli, gestire piccole posizioni di rendita politica, favorendo il protrarsi di un modello polverizzato, appiattito sulla gestione in economia o tutt’al più sull’appalto al massimo ribasso ceduto a imprese dalle scarse prospettive e dalle ancora più scarse capacità tecnologiche. Salvo poi ricorrere alle risorse generosamente elargite dalla pianficazione regionale. A. Massarutto, Montagna e servizi pubblici fra sviluppo sostenibile e fine del malfare state, in “In Alto” Serie IV Vol. LXXX anno 1998, Grafiche Fulvio S.r.l. Udine pag.63

[20] C. Barazzutti, Irresistibilmente attratti dalla pianura, il degrado dell’economia e della società montana del Friuli, IRES Progetti, Udine, 1993 pag.197.

[21] La Provincia di Udine è quella maggiormente montana (il 52% del territorio provinciale) e, con i suoi 253.781 ettari possiede oltre i ¾ del territorio montano regionale. La situazione della montagna friulana ad un decennio dal “Progetto montagna” nel generale contesto alpino, Regione autonoma FVG, Vol.2; pag.10-

[22] La popolazione della Carnia  -la cui parlata è friulana (gruppo dei dialetti ladini orientali) – si ripartisce in 136 centri, situati in parte sui fondovalle, in parte sui terrazzi orografici o glaciali dei versanti; i più ad altezze comprese fra 500 m e 700 m (61) e fra 700 m e 900 m (41), mentre 24 sono al di sotto dei 500 m e 10 soltanto a quota superiore ai 900 m. Il più elevato, Sauris di Sopra, tocca i 1400m. I centri principali divisi per vallata sono: Tolmezzo, Ampezzo, Ovaro,  Paluzza e Paularo. Rapporto di ricerca sulle aree alpine,  op. cit.; pag.209.

[23] Il territorio si sviluppa secondo modalità e traiettorie estremamente differenziate. La caratterizzazione geografica, economica, e sociale delle “aree” mentre da un lato rende ogni politica di sviluppo di un’area specifica e irripetibile nel tempo e nello spazio, dall’altro obbliga ognuna di esse ad aprire i propri orizzonti e quindi a mettersi in relazione con il “resto del mondo”. Dal punto di vista della singola area, ognuna ha certamente un suo modo locale di crescere e di svilupparsi: il “modo” è al tempo stesso un percorso e un meccanismo di crescita; una identità socio culturale più o meno radicata; una composizione ed un’interazione tra i soggetti decisionali presenti; un sistema relazionale con l’esterno dell’area dal quale deriva un maggiore o minore grado di dipendenza. F. Boscacci,L. Senn (a cura di), Montagna: area di integrazione, modelli di sviluppo, risorse e opportunità, Associazione Italiana di Scienze Regionali, vol.n.26, Franco Angeli, Milano, 1997, pag.14

[24]G. Barbina, La montagna friulana e carnica: caratteristiche fondamentali dell’organizzazione del territorio, in AA.VV., Montagna problema nazionale, …,; op. cit., pag.90.

[25]L’incremento della montagna friulana, è perfettamente identico all’incremento demografico che si è registrato in Europa, ma è avvenuto in un sistema così chiuso da non riuscire a modificarsi ed evolversi: l’aumento della popolazione ha provocato una intensificazione massima di tutti gli sforzi produttivi, ad un certo punto però si è arrivati ad una situazione di rottura, ed il surplus della popolazione non ha potuto essere soddisfatto nelle sue esigenze e ha dovuto emigrare; l’emigrazione è stata massiccia ed ha messo in crisi tutto il sistema socio-economico della montagna. G. Barbina, La montagna friulana e carnica: caratteristiche fondamentali dell’organizzazione del territorio, in AA.VV., Montagna problema nazionale, …,; op. cit.,  pag.91

[26] Le imprese, come l’imprenditoria dell’area montana, risentono pesantemente delle condizioni di contesto in cui operano. Esse sono penalizzate dalla scarsa capitalizzazione, dall’inadeguata rete informativa e di relazione, dalle difficoltà informative e conoscitive che caratterizzano la componente imprenditoriale. Dal punto di vista esterno le difficoltà ad accedere al mercato le costringono a diversificare la propria produzione operando su un ampio spettro di clienti con lotti piccoli e piccolissimi. In questo modo le strategie basate sulle economie di scala rivestono per l’impresa montana un ruolo marginale oppure del tutto residuale mentre sono molto più opportune le strategie tra più produzioni, più lavori, più prodotti. Su questa base molto spesso prevalgono abilità e capacità di tipo manuale mentre le attrezzature, tradizionalmente adibite alla produzione di grandi lotti, assumono un ruolo marginale in rapporto alle aree di pianura. C. Barazzutti, Irresistibilmente attratti dalla pianura,…; op. cit.; pag.173.

[27] Si può dire che l’intera fascia della montagna friulana ruoti intorno a due soli poli: Tolmezzo e Tarvisio. Il centro carnico di Tolmezzo include nel suo piccolo quasi tutte le funzioni proprie di un capoluogo di provincia e, inoltre, possiede un’attezzatura commerciale di tutto rispetto. Tarvisio, invece, in quanto centro turistico, in particolare per gli sport invernali e per la sua posizione confinaria, attraversato da vari assi sia stradali che ferroviari di rilevanza internazionale, ha sviluppato specialmente le funzioni commerciali e ricettive. A. Guaran. La rete urbana del Friuli-Venezia Giulia, Bollettino della Società Geografica Italiana, serie XI, vol.XII,1995 pag.230

[28] Il Canale del Ferro fu anche chiamato Canal di Pontevia (Pontebba) o di Chiusaforte (Sclusa). La denominazione Canale del Ferro si deve probabilmente al fatto che la valle della Fella era lo sbocco attraverso il quale più direttamente arrivavano in Italia i prodotti di quella industria del ferro che si esercitava su vaste aree dell’Austria inferiore (Stiria e Corinzia). Rapporto di ricerca sulle aree alpine,op. cit.; pag.210

[29] Stella Gian Antonio, Schei; dal boom alla rivolta: il mitico Nordest, Milano, Baldini&Castaldi, 1996 pag.139

[30] Le uniche Comunità Montane interamente montane sono quelle della Carnia e della Valcanale-Canal del Ferro Rapporto di ricerca sulle aree alpine, op. cit.; pag.216.

[31] Id,.op. cit.; pag.220.

[32] Un esempio per tutti è dato dalla Carnia: nel periodo 1871/1991 perde 5.627 abitanti, circa il 12% in meno, ma se analizziamo l’andamento nel complesso ci accorgiamo che la vera crisi è relativamente recente, in quanto negli ultimi quarant’anni la Carnia ha perso più popolazione di quanto in ottanta anni di crescita demografica era riuscita ad accumulare. C. Barazzutti, Irresistibilmente attratti dalla pianura,..., op. cit. pag.50

 

[33] Esempio per tutte è la Comunità Montana della Carnia, che nel periodo 1951-1991 passa da 61.230 a 42.709 residenti con una diminuzione di 18.521 unità corrispondenti ben al 30% della popolazione del 1951. Il calo si presenta dunque consistente, ed interessa 26 comuni su 28 con l’escluzione dei centri di Tolmezzo e Villa Santina. Tolmezzo conquista un ruolo di vera e propria capitale della comunità carnica, infatti nel corso di quest’ultimo periodo affluiscono sul suo territorio numerose strutture di servizi a partire da quelle scolastiche e sanitarie così come si insediano un certo numero di aziende nella relativa zona industriale programmatica. I processi di espansione influenzano positivamente lo sviluppo di Villa Santina in conseguenza della vicinanza esistente tra i due centri. C. Barazzutti, Irresistibilmente attratti dalla pianura,…, op. cit., pag.50

[34] La situazione della montagna friulana … , op. cit.; pag.22-

[35] il degrado della montagna non è solo perdita dello stock di popolazione, è anche declino delle classi d’età giovani che più rapidamente si allontanano dalla montagna dove restano solo gli anziani. In questo modo si compromette definitivamente la continuazione della comunità. I processi di invecchiamento e senilizzazione sono tali che alcuni comuni o frazioni possono essere considerati “villaggi per anziani”, il calo della popolazione non ha quindi un valore solo quantitativo, ma anche qualitativo perché i giovani non rappresentano più, per queste comunità, né futuro né speranza di continuità. C. Barazzutti, Irresistibilmente attratti dalla pianura,…, op. cit, pag.67

 

 

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