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di Mauro Tedeschi

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7° Puntata

Barbarossa era un tipo pratico, a modo suo. Il campo dei Disobbedienti della città spiegò al comitato del paese che c’era un solo modo di attirare l’attenzione su Acciarino. Una manifestazione feroce. Ovvero il blocco del traffico, l’occupazione della sala del Consiglio, l’interruzione dei lavori alla fabbrica, magari accompagnata da qualche atto di sabotaggio. Non escluse nemmeno l’occupazione a tempo indeterminato della Ferriera. Tutto il resto non avrebbe smosso di un palmo l’opinione pubblica e il pigro disinteresse di giornalisti e politici. I membri anziani del comitato non erano d’accordo, non volevano trasformare il paese in un campo di battaglia tra eserciti rivali e forestieri. Nella notte passata in birreria i due gruppi trovarono alla fine un faticoso compromesso; manifestazione sarebbe stata, ma non violenta. Niente bandiere, ovvero niente aste e bastoni, caschi integrali, spray, scudi di plexiglas e altri oggetti usuali dell’armamentario antagonista. Una manifestazione pacifica, magari un sit in dimostrativo ma soft, in modo da non attirarsi le maledizioni della popolazione locale.Sul palco avrebbero parlato Nico e Barbarossa, niente politicanti. Era una precisazione inutile, Acciarino era retto da una lista civica assai composita, nessuno aveva interesse a sposare la causa della lotta all’inceneritore in nome e per conto dei partiti nazionali.

Nico quella notte accompagnò Francesca a casa, carico di dubbi ed incertezze. Anche ad Acciarino era pericoloso girare da sole nel buio. Temeva di essersi infilato in una faccenda più grande di lui ma la ragazza, in genere dura e poco incline alla compassione, gli venne in aiuto.

“Sei preoccupato?”

“Non sono abituato a questo genere di avventure.”

“Oppure te le sei tenute di riserva per troppo tempo?”

“Tu dici?”

“Perché Nico hai rinunciato a te stesso per una vita intera? Ieri sera, nella sala del consiglio ho notato una luce brillare dentro ai tuoi occhi.”

“Non mi sono mai aspettato tanto, dalla vita. La mia infanzia è stata così difficoltosa che la normalità di oggi mi pare già una conquista.” Si stava scivolando sul personale, primo allarme.

“Sei felice?”

L’operaio rimase turbato da quella domanda. Ultimamente non se lo era mai chiesto. Rispose sinceramente: “No.”

“Si vede, perché non ti mostri per quello che sei?” Cosa gli stava chiedendo? Secondo allarme. Quella ragazza intendeva esplorare il suo intimo in un modo che lo turbava.

“Ho accettato quello che la vita mi ha regalato, quando ho provato a cambiare marcia sono sempre finito fuori strada.”

“Non cambiare velocità, Nico, cambia macchina.” Sulle prime lui non comprese, poi, quando lei gli allungò un bacio di rapina il terzo allarme squillò e allora, finalmente, si irrigidì.

“Voi giovani fate presto con i vostri amorazzi, ma io sono un uomo sposato e non ho nessuna intenzione di lasciarmi trascinare in qualcosa che non sia il comitato contro l’inceneritore.”

Francesca sorrise. Scese dalla macchina e poi rispose: “Vedremo.”

“Ci mancava anche questa…” pensò Nico tra sé. Ingranò la marcia e imboccò la strada di casa, certo che Alessia lo stesse aspettando con la luce accesa, ma non fu così.

Dado era furibondo. Non poteva accettare di essere stato sfiduciato dal capo della sicurezza, “affiancato” da quel mestatore di Concitator alias il “Duca” e umiliato da uno schiaffone del cognato balbuziente nella medesima settimana. Aveva insistito con Alessia, la moglie di Nico, affinchè lo tenesse informato delle mosse del marito, delle telefonate che riceveva, degli appunti che abbandonava sul tavolo. Sapeva di possedere un grande ascendente su di lei. Tutto questo al fine di prevenire alzate di testa e guai peggiori. Alessia era troppo entusiasta di eseguire quel compitino, era stata una delle sue ex, per qualche mese, ma poi Dado l’aveva scaricata, come tutte le altre. A lei sarebbe bastato un cenno, ne era sicuro, e fu così che programmò la sua vendetta, fredda e spietata.

Le comunicò con un SMS che intendeva conferire con lei, in privato, e la invitò un pomeriggio, mentre Nico era al lavoro, a casa sua. Era la vecchia dimora dei suoi nonni, dove lui, temporaneamente, risiedeva. Per non dare nell’occhio Alessia sarebbe andata in bicicletta . “Occorrerà tempo”, le aveva fatto sapere più tardi, lei aveva capito. Ci sono uomini che non devono chiedere, ed Enrico era uno di questi. Alessia non lo aveva mai dimenticato e, dal momento che la sua era una vita talmente vuota da renderla dipendente dai psicofarmaci, colse quell’occasione con grande leggerezza. Sapeva dove andava, sapeva cosa avrebbe fatto e si ripropose di farlo molto bene.

Non era una donna facile, Alessia, non stava fendendo l’aria con i capelli al vento per puro desiderio. Era una persona insoddisfatta, senza obiettivi e prospettive che travalicassero i lavori di casa. Si stava semplicemente ribellando, tutta l’energia repressa in quegli anni bui di Acciarino la liberava in ungesto folle. Consegnarsi al lupo in persona, anziché portare il cestello alla nonna, come tutti i giorni.

Forse attendeva da tempo quella occasione, forse, e non temiamo di esagerare, l’aveva attesa da tutta la vita. Mentre pedalava in direzione della villa intonò una vecchia canzone della sua gioventù, sapeva che quella parvenza di bellezza che le era rimasta se ne sarebbe presto volata via. Andava a consegnarsi ad un uomo vero, che sapeva come coglierla, non frettolosamente, con i gesti ripetitivi e stanchi del marito. Uno squillo del telefonino ed il meccanismo automatico del cancelletto si aprì. Il cuore prese a battere, Alessia era tornata ragazzina. Lui l’attendeva sulla porta, bello, bugiardo ed incosciente, come sempre. La casa era piuttosto isolata, nessuno in giro. Fu un attimo raggiungerlo e baciarlo sulla guancia, da buona cognata.

La porta si richiuse, lui l’osservo dall’alto in basso poi la informò: “Sei trafelata… Tu sai che non siamo qui per parlare.”

Lei rispose: “Fosse per un giorno, fosse per una volta, io sono qui!” Non le importava perché l’avesse voluta, la cosa importante è che finalmente lui, qualcuno, fosse tornato ad accorgersi di lei.

“Sai che la cosa può costarti cara…”

Alessia non si tirò indietro: “Sono disposta a pagare qualunque prezzo.”

“Bene. Bene…” Le offrì da bere qualcosa che la rese più sciolta , poi…

Il maresciallo dei carabinieri era un uomo bonario, tutt’altro che severo nei modi. Andò a far visita a Nico una sera ma non entrò in casa, gli fece una breve telefonata, poi lo scarrozzò in giro con la sua automobile civile.

“Ho sentito che si terrà una manifestazione…”

“Niente di chè, Maresciallo, siamo in democrazia.”

“Non v’è dubbio, ma i vostri compagni di strada pare che non ne siano del tutto persuasi.”

“Ci hanno fornito ampie garanzie…”

Il militare rise: “Non ha idea della gente con la quale ha a che fare, tipi abituati a picchiare duro, lei sta scherzando col fuoco, signor Nico.”

“Si riferisce agli amici di Barbarossa o a quelli dell’inceneritore?”

“Entrambe le cose.”

“E lei da che parte sta?”

“Da quella della legge!”

“Avrà sentito del disastro ferroviario di questa settimana. I soccorritori hanno rischiato la vita per dei materiali altamente inquinanti, rigorosamente non dichiarati, stivati nei vagoni.”

“E allora?”

“Sarebbe questa, la vostra legge?”

“Senta, io capisco le sue ragioni, ma c’è il rischio che questa manifestazione si trasformi in un boomerang per la vostra causa.”

“Lo so.”

“Perciò accetti il mio consiglio, che viene dall’esperienza. Lasci perdere.”

“Lei abita ad Acciarino, maresciallo?”

“No.”

“Accetterebbe di far respirare ai suoi figli le nanoparticelle, come le chiamano, e gli altri veleni che sputerà l’inceneritore? Accetterebbe di non sapere cosa viene effettivamente stoccato nelle miniere sotto la montagna dalla quale sgorga l’acqua che beve?”

“Non bevo l’acqua del rubinetto.” Il maresciallo si rese conto di avere commesso un passo falso. “In ogni caso mi impegno a vegliare su quello che accade presso la Ferriera se lei si impegna a fornirmi ogni elemento utile a prevenire violenze gratuite.”

“D’accordo maresciallo, ma lo dica a quelli sulla montagna, che evitino le provocazioni.”

“Non c’è un percorso, anche negoziale, per lasciar perdere?”

“No.”

“Sappia che la riterrò personalmente responsabile di ogni intemperanza.”

“Bene.” L’operaio voleva mostrarsi tranquillo, ma la tensione saliva con il passare dei giorni, fino a quando, una mattina, tutto saltò per aria.

Erbavoglio si trovava nella solita postazione da cyber-nauta, sul retro della farmacia. Il primo lavoro consisteva nello scaricare la posta elettronica. Riceveva mail da decine di associazioni ambientaliste, maneggioni ed erboristi di ogni risma, studiosi dell’impossibile e sedicenti geni della lampada. Fu subito colpito da quel nick inquietante, Genna, e dalle immagini che facevano capolino dall’allegato di posta. Immagini oscene, inequivocabili scene di sesso, ritraevano una signora in primo piano e un partner ritoccato e irriconoscibile. Odiava quel ciarpame che ogni tanto la rete vomitava, lo avrebbe immediatamente cancellato se non fosse che lui quella donna, purtroppo, la conosceva. “Povero Nico”, fu l’addolorato commento del farmacista “Povera Alessia…”

Erbavoglio era uomo d’onore, non si soffermò sulle immagini ma cercò di comprendere il loro significato che fu reso palese dal messaggio in chiaro ad esse allegato: “Foto custodite presso il nostro studio. Divulgazione sicura in caso di perseveranza nell’errore.”

Nico non voleva saperne di raggiungere la farmacia, era domenica mattina, tanto che Erbavoglio minacciò di portargliele personalmente, quelle foto. Solo quando si trovò di fronte a quell’album snaturato l’operaio capì che la vita lo aveva disarcionato un’altra volta, forse in modo definitivo. Alessia aveva concesso in un attimo quello che lui non aveva mai osato chiedere. Non pareva costretta, appariva perfettamente consenziente. Sapeva che sua moglie non era una puttana, ma se così aveva agito poteva essere solo per una persona, per quanto il bastardo si fosse ben nascosto. Dunque lo schiaffo era stato restituito, “nel modo più doloroso possibile.”

Il suo amico non trovava le parole.

“Cancello questa schifezza?”

“Stampane una copia, la devo portare a casa.”

“Sei sicuro di quello che fai? Vuoi che ti accompagni?”

“Non ce n’è bisogno. Il mio matrimonio è finito, e me lo hanno comunicato così, per posta elettronica. Alessia sarà contenta di sapere che può essere esposta al pubblico ludibrio in qualsiasi momento.”

“Ma lei non immaginava…” il farmacista si morse le labbra.

“Qualcuno si pentirà amaramente di questo.”

“Non puoi accusarlo.”

“Non posso, è vero, ma c’è la sua firma.”

Così l’operaio prese le fotografie e tornò a casa in un caleidoscopio di sentimenti, nel mentre che la moglie era a messa. Tolse ad uno ad uno i quadri della cucina e appese le immagini, che gli sembravano così grottesche in quel contesto, in una composizione che gli parve adeguata, poi aspettò. Alessia entrò, salutò, indossò il consueto grembiulino colorato e si accomodò ai fornelli. Coniglio in umido, la ricetta. Quando vide, le gola le si seccò e le mani, piegate sul grembo, si scossero in un tremito inconsulto. Teneva la bocca aperta, sperava di risvegliarsi da quell’incubo, però, alla fine, comprese. Era stata disponibile a pagare qualunque prezzo per stare con Enrico, ed ora cominciava a saldare il conto.

Nico era allucinato, privo di forze. Il loro matrimonio non era un trionfo d’amore ma sulla lealtà materiale nessuno dei due aveva mai fatto sconti. Adesso quel maledetto inceneritore aveva fatto saltare il banco, lui si era messo a fare il capopopolo e lei la sgualdrina.

“Allora?” Il tono era severo.

Con una voce sottilissima lei rispose: “Cosa posso dire…”

“Non sapevi che ti avrebbe usata contro di me?”

“Non me ne importava…”

Fu sincera, sapeva che il rischio c’era e forse l’aveva anche cercato.

L’operaio continuò: “Adesso dovrei sfasciare tutto, romperti la faccia, sputtanarti davanti all’intero paese… Ci ho pensato mentre ti ammiravo nelle tue contorsioni… Invece ti faccio un favore, forse quello che chiedi, ti lascio. Quelle fotografie perderanno ogni valore se non le possono usare contro di me. Tu sei solo una marionetta. Solo una cosa voglio sapere…” Il clima era surreale.

“Enrico?”

“Sì, ma non lo ammetterò mai, nemmeno se quelle foto le appendessero in piazza.” Lo disse con orgoglio, poi si pentì del tono.

“Adesso hai quello che volevi, sei ancora una donna desiderabile. Spero siate felici, mia sorella ne verrà informata questa sera stessa.”

“Se puoi evitarlo, sarebbe meglio, perché mettere in mezzo i nipoti… So bene di non essere stata la prima, né l’ultima.” Le fotografie dei ragazzi campeggiavano sorridenti in salotto.

Nico non riuscì a darle torto.

“Non sei pentita? Nemmeno davanti all’evidenza? Sbattuta su Internet come una volgare puttana. Non ti fai pena?”

“Tu non sei come lui.” Fu il lapidario commento di Alessia.

“Ti lascio le chiavi, prendo le mie cose e me ne vado.”

“Perché? Hai sempre avuto bisogno di qualcuno!” L’affetto e l’abitudine giocarono la loro ultima chance.

“Può darsi ma io non ti voglio più intorno. Mi hai umiliato come nessuno mai, e tu sai che non mi mancano l esperienze.” Fu così che, all’improvviso, le allungò uno schiaffo pesante, l’unico dopo venti anni di matrimonio. Lei lo incassò senza un lamento.

Suo cognato non le telefonò più. Né lei lo cercò.

Acquamen passò l’intera giornata in automobile, una vecchia panda 4 x 4, a fare “giro dei bar”, la sua abitudine della Domenica pomeriggio ai tempi della malattia, ma non entrò in nessuno. Fu una dura prova, ma almeno dimostrò a sé stesso di essere divenuto meno fragile. Si poneva il problema della notte, Erbavoglio abitava uno squallido monolocale e non lo poteva ospitare. Nico non poteva permettersi una sistemazione in albergo e allora, vista la situazione precaria, si fece forza e si rivolse a sua madre.

“Non se ne parla.” Fu la laconica risposta al telefono.

“Nemmeno se tua nuora se la fa con tuo cognato?”

“Come osi solo pensarlo?”

“Ho le fotografie”, mentì a metà, “Roba esplicita. Le metto in piazza?”

“Sei matto?”Afra conosceva già le abitudini di suo genero e le lamentazioni ben documentate di sua figlia. “Però non puoi venire a casa mia…”

L’operaio se lo aspettava “Il Paradiso?”

La locandiera ci pensò a lungo poi annuì. Era ora che qualcuno tornasse ad abitare l’albergo. Sì, era una cosa positiva, conveniente, Nico poteva aiutarla nei lavori di ristrutturazione. Da quando il Duca aveva varcato quel portone le cose, anche nelle testa di Afra, avevano preso ad evolversi.

“Puoi prendere la camera trentadue, quella con il bagno buono. Niente riscaldamento ma siamo già in maggio. Per l’acqua calda dovrai aspettare.”

Madre e figlio si incontrarono davanti all’albergo.

“Avete litigato?”

“No, si è solo fatta spupazzare da mio cognato.”

“Sei sicuro?”

Le fece vedere un paio di foto.

“Non vedo Enrico.”

“Non è stupido. Me l’ha detto lei.”

“In ogni caso Enrico non c’è.”

“Sembra che la sua reputazione ti prema più della mia.”

“E non sbagli, lui è almeno qualcuno.” La freddezza di sua madre non conosceva pause.

“Lo dico a mia sorella.”

“Lascia stare Cristina.”

“Ma cosa devo fare secondo te?”

“Puoi rimanere un po’ di tempo, parlerò io con Alessia. Ha sbagliato ma si può rimediare. Sei certo che le foto non sono state scattate di nascosto in casa tua? Magari sei tu quell’uomo…”

“Mamma, non scherzare. Lei con me certe cose non le ha mai fatte.”

Lo sguardo di Afra era di compatimento.

“Peccato.” Rispose lei e con uno sguardo gelido e carico di compatimento, poi se ne andò.

La stanza era un incubo. Nell’albergo vuoto risuonavano solo i rintocchi dell’orologio a pendolo. Adesso Nico era veramente solo. In una domenica di maggio aveva assistito all’eutanasia della sua vita precedente. Nel giro di pochi giorni tutti avrebbero saputo e gli avrebbero sorriso per strada, quel sorriso beota ed ironico, come ai vecchi tempi. Poteva andare a rompere la faccia a Enrico. Troppo comodo, se lo aspettava e aveva delle ottime guardie del corpo. No, lo avrebbe rovinato, con pazienza. In quel momento ogni prudenza, i discorsi del maresciallo, le raccomandazioni di Gloria erano completamente annullati dalla rabbia. Dado voleva la guerra totale? Ebbene l’avrebbe avuta.

Il giorno dopo la ruspa che svolgeva i lavori preliminari su alla Ferriera non si mise in moto. Un danno permanente al carburatore. Un lavoro da specialista.

“Guerra, Guerra, Guerra, Guerra, Guerra!”

 

 

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