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di Mauro Tedeschi

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1° Puntata

  “TIC TAC TIC TAC TIC TAC TIC TAC”“DON DOON DOOON”

L’orologio del già “Hotel Paradiso” era l’unico oggetto, animato o inanimato, che regalasse ancora segni di vita a quella fredda stamberga dimenticata da Dio. Non era un orologio, era un monumento, perché gli orologiai di una volta, quando costruivano un ingranaggio a pendolo, ci impastavano l’anima. Non si accontentavano di garantire che ruote dentate e contrappesi rispettassero il corso delle stagioni e le unità di tempo stabilite dagli uomini, ma si impegnavano ad interrare un seme che tramandasse la propria visione del mondo. Quel grande orologio di legno, appeso sul muro ad un’altezza dove bambini e curiosi non potevano più fare danni, il quadrante di legno chiaro e ferro battuto, regalava un'immagine quanto mai evocativa. Ogni ora corrispondeva ad una casa, e in ogni casa faceva capolino una piccola figura umana.

Una volta nei paesi esistevano le contrade, dunque quell’anonimo artista aveva rappresentato la sua passeggiata su e giù per la valle di Acciarino, dal fornaio alla stalla, dal sarto al droghiere, dal parroco al ristorante, a segnare il mezzogiorno e poi l’osteriaverso sera e il giaciglio la notte. Dunque l’artigiano aveva disegnato la propria comunità, ora per ora,le lancetterappresentavano un uomo (le ore) e una donna (i minuti), le donne debbono sempre correre più veloci dei loro compagni. La lancetta dei secondi era stata spezzata dal tempo. Le radici della Comunità, le famiglie di una volta. Quando i matrimoni erano più dei divorzi e gli anziani più dei bambini. Giusto o sbagliato che fosse, era così.

Appariva grande, l’Hotel Paradiso, nel suo livido vuoto, abitato ora da quell’unico oggetto vitale, se si escludeva l’immancabile colonia imprendibile di roditori. La Valle Ferraia, chiamata così per via degli antichi cunicoli che a tempo debito avevano rigurgitato minerale ferroso,qualche declivio aggraziato riconquistato dalla boscaglia, si era trasformata nel budello di una strada statale occupata, anzi colonizzata dai Tir che arrancavano fumosi verso il passo. Le polle termali che negli anni recentiavevano rappresentato una fonte di indotto erano confinate in uno stabilimento da terapie mordi e fuggi e l’economia manifatturiera che produceva ricchezza nell'alta valle si era volatilizzata in un pugno di mosche. Gli alberghi si erano trasformati in casermoni per i nuovi arrivati che occupavano il ripiano più basso della scala sociale, giù nelle concerie e nelle vetrerie che avevano ammorbato l'imbocco della pianura, dove i vari Abdullah e Samir si spaccavano la schiena in cambio di quattro soldi e un mondo a parte. Nessuno si era preoccupato di quale società, di che modello di coesistenza sarebbe scaturito dai cambiamenti repentini che avvenivano nei paesi della pedemontana. Si viveva per i soldi, per mostrare un’automobile più grande, per scappare da un’altra parte il prima possibile.

Afra no, la signora che frequentava quell’albergo, l’unica, poiché ne era la proprietaria, viveva nel passato. Lo teneva pulito il più possibile, quel posto spettrale, come fosse un museo delle cere, come fosse possibile fermare il tempo. Non si riconosceva in quel mondo multicolore, come asseriva lei, di “negri” e “alì baba”. Afra cercava rifugio nelle stanze vuote che si rifiutava di affittare a peso d’oro, magari in nero, come avevano fatto gli altri anni prima, arrendendosi al ricatto della realtà. Nessuno la cercava più, aveva chiuso l’attività ma non il cuore alla speranza di un ritorno.

Luce accesa. L'orologio. Su sulla scala. Sette giri a destra, al quadrante, sette a sinistra, alla suoneria, così ogni sette giorni, stagione dopo stagione. La propria piccola giostra di bambina riprendeva vita e lei tornava a sognare ad occhi aperti.

Del tavolo numero tredici, quello vicino alla finestra intarsiata, dove si poteva osservare l’incessante passeggio del sabato sera. Il “Duca” passava al Paradiso tredici indimenticabili giorni, ogni anno. Accadde per più di venti anni. Era così ben vestito, i modi signorili e il portafoglio pieno. Passava le serate a raccontare, i baffi grigi perfettamente curati, il vestito gessato sempre impeccabile, della sua guerra d’Africa, dei viaggi esotici, della compagnia di bandiera appena nata di cui possedeva numerose azioni. Tutti ad ascoltare, a fare domande. Lui poteva volare! Era stato in luoghi impensati, descriveva paesaggi e personaggi che i più fortunati potevano reperire solo grazie a qualche antico libro di viaggi. Quanto ammirava quell’uomo nonpiù giovane ma così carico di charme, non poteva non essersi accorto della sua devozione di ragazza, dei suoi rossori… Ma il “Duca” aveva solo l’imbarazzo della scelta e non poteva badare alle ragazzine...

O il tavolo venticinque, quello del dottor Ravasio, tutte le sere la bistecca al sangue, povero dottore,così timido, sempre solo. Era divenuto amico di suo padre, gran cacciatore, che se lo portava dietro ogni tanto e lui ci teneva, sì ci teneva a dire che la lepre sul tavolo l’aveva accoppata lui e poi tutti ad applaudire. Per scherzo, si sapeva che non sapeva sparare ed era mezzo cieco, il padre Giacomo gli dava solo l’illusione… I dottori allora facevano qualsiasi cosa, di giorno e di notte, e anche se possedeva una Topolino, ultimo lascito della sua povera madre, le contrade erano praticabili solo a piedi, d’inverno addirittura con le racchette da neve. Avrebbe avuto tanto da raccontare il dottore, se non fosse stato così taciturno, forse avrebbe avvertito il personale dell’albergo che quella mancia esagerata lasciata sul piattino, quella notte, era l’ultimo saluto, prima di sperimentare il salto dal ponte. Si diceva che non amasse le donne, una cattiveria di paese, ma qualcosa si doveva pur dire per giustificare un gesto così estremo.

La professoressa del tavolo diciannove era stata per anni sinonimo di sensualità. Durante la guerra i gerarchi del luogo facevano a gara per pranzare al suo desco. Rimasta vedova a causa della guerra di Spagna, parte fascista, un ragazzino al seguito affidato ad una tata del paese, riempiva con le sue risate argentine l’intera sala delle feste. La mamma vegliava sul decoro dell’albergo e mai avrebbe permesso che la signora si portasse in camera chicchessia. Perciò il locale partito fascista teneva sempre una suite a disposizione, nel caso di una visita improvvisa, dicevano... Si salvavano così le apparenze ed il portafoglio.

Afra riaprì gli occhi. Si domandò per la millesima volta perché era finita a sposare un cameriere, simpatico e a modo fin che si vuole, ma solo uno straccio di cameriere. A quel tempo passava tutte la giornate seguendo i rintocchi dell'orologio, la mamma era venuta a mancare presto, il padre cominciava a trascurare i suoi doveri. Carlo le era rimasto vicino, le aveva asciugato le lacrime, avevano tirato avanti insieme. Alla fine, forse più per gratitudine che per amore le si era concessa. Un sospiro, scrollò la testa e poi spense la luce.

Una volta la gente veniva per il fresco. Il fresco non c’era più. Le estati umide e i quaranta gradi all’ombra dell’effetto serra avevano svilito ogni residua ambizione turistica. L’Avvento delle automobili come mezzo di locomozione di massa avevano fatto di Acciarino un paese dell’hinterland più che una meta di svago. L’industrializzazione priva di programmazione della pianura aveva mutato la vocazione dei luoghi, fino a renderli veri e propri dormitori, con un livello di inquinamento e polveri sottili che non aveva nulla da invidiare a centri ben più popolosi.

Nico, il figlio maschio di Afra, aveva costruito la sua casa a mezza costa, dove un torrentello zampillava, per gli ultimi metri, prima di essere imprigionato da una canalizzazione di cemento. Il panorama era quello che era, ma solo cento metri più in alto si poteva scollinare, grazie a un dedalo di sentieri poco battuti, verso il bosco dei Segreti e ritrovare i luoghi dell’infanzia: la tana del Lupo, la vecchia Miniera d'Argento, su, su fino all’ultima valletta dove niente era ancora contaminato. Grazie alla moto da “enduro” si poteva raggiungere un canyon lungo quasi un chilometro dove un esperto di canoa, quale egli era, poteva destreggiarsi tra rapide e cascatelle fino ad una piccola pozza finale che i valligiani osavano chiamare “lago”.Non era altro che la vasca di decantazione dell'antica ferriera abbandonata, dove Nico aveva ricavato un piccolo ufficio-deposito per gli appassionati di “rafting” come lui. Il torrente reggeva il pescaggio solo in primavera e all’inizio di autunno, il resto dell’anno gli animali a sangue freddo erano gli unici a godersi il letto del corso d'acqua ed i periodi di secca si facevano sempre più lunghi. Il sottobosco aveva cancellato i sentieri, i roveti si erano riconquistati gli antichi pascoli, lavorare in fabbrica era molto più redditizio che stare dietro alle bestie o cavare mais e alberi da frutto dai campi terrazzati.

Una esistenza in bilico, tra una natura che reclamava la sua parte e la fabbrica dove faceva l’operaio tornitore specializzato. Niente di che, ma gli consentiva uno stipendio sicuro che integrava con l’orto di casa e una piccola fattoria di animali. La moglie si arrangiava con lavori stagionali, in pianura, nelle valli circonvicine, specialmente la raccolta della frutta e qualche rammendo. All’Hotel Paradiso, al suo improbabile reimpiego, Nico non aveva mai pensato, quando si era trovato in età da lavoro e con la sorella maritata ad un ingegnere di Milano, aveva lasciato la madre al proprio delirio e aveva rinunciato persino a chiedere la sua parte. Immaginava che Afra conservasse in qualche forziere nascosto una piccola fortuna, le risorse non pareva le mancassero. Fosse vero o no i rapporti tra madre e figlio non erano dei migliori, lui aveva rappresentato sempre una pena per la locandiera. Da piccolo era balbuziente e gracile e tutto il paese si prendeva gioco di lui. Niente, nel suo fisico di allora, avrebbe lasciato immaginare che sarebbe diventato il pezzo d’uomo perennemente abbronzato, scuro di capelli, dai modi spicci da montanaro, che era. Quanti consulti, quante canzonature, quanta fatica, come diceva lui “Per riacquistare la parola”. Ce l’aveva fatta, ci era fondamentalmente riuscito anche se in talune occasioni, specialmente se era agitato, qualche “bla bla” gli scappava ancora. In fabbrica era stimato dai colleghi, era stato eletto per anni rappresentante sindacale, andava d’accordo anche con i padroni e nulla sembrava potere incrinare quell’apparente equilibrio.

Alessia e Nico erano sposati da vent'anni, per scelta o per sfortuna non avevano avuto figli ma questo pesava loro ben poco. Non era stato un matrimonio d’amore ma di stanchezza e convenienza. Lei cominciava ad invecchiare senza trovare un uomo che la ritraesse dalla famiglia paterna, lui aveva deciso di abitare a mezza costa ma non poteva immaginare di farlo da solo, senza nessuno che lo servisse. Come se fosse stato naturale, avevano condiviso fatiche e piccoli successi come due buoni fratelli, la differenza stava nel fatto che ogni tanto facevano l’amore. Si toglievano la voglia, per così dire. Oramai quel menage aveva trovato il proprio equilibrio e niente e nessuno pareva poterlo mettere in discussione. Quel che restava della comunità del Paese riconosceva “per buono” quel matrimonio e tanto bastava. Se fuoco covasse sotto la cenere non si poteva dire, nè vedere ad occhio nudo. Nico aveva sempre qualche staccionata da riparare, la legna da spaccare o un animale da accudire. Alessia, una bellezza in cedimento da pubblicità dei frigoriferi anni cinquanta, teneva sempre, quando era a casa, dei buffissimi grembiuli colorati che aveva acquistato chissà dove.

Dunque il solito paese, i soliti bar affollati, i miasmi delle fabbriche affamate di energia quando il vento girava verso nord est, la cascatella delle acque sputate dallo stabilimento termale che si andava a nascondere sotto la statale. Non sappiamo se esista un livello di sopportazione alla devastazione del territorio, al prevalere degli interessi dello stramaledetto “mercato” ma sotto Acciarino passava una faglia, profonda, che qualcuno avrebbe dovuto individuare ben prima che accadesse il casino. Invece...

In una stanza, a centinaia di chilometri da lassù, qualcuno stava elaborando una relazione, dove l’alta val Ferraia era definita “landa desolata e semideserta”, “di nessun interesse turistico”,”luogo ideale per installazioni ad alto impatto ambientale anche per la mitezza degli abitanti, che già avevano sopportato senza soverchie proteste il progressivo degrado del territorio.” L’artiglio si era levato, come mille volte prima e mille volte ancora sarebbe accaduto.

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